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"La sicurezza per la libertà delle nostre vite"

18.03.2022 - Articolo

Discorso della Ministra Federale degli Affari Esteri Annalena Baerbock in occasione dell’evento inaugurale per l’elaborazione di una Strategia di sicurezza nazionale

Da Berlino a Kiev ovvero fino al confine ucraino c’è più o meno la stessa distanza che da Flensburg a Friburgo: dieci ore di macchina.

Dieci ore di macchina che normalmente si percorrono come se niente fosse. E ora sono dieci ore che ci separano dalla guerra e dalla pace. Probabilmente nessuno di noi lo avrebbe mai immaginato. Assistiamo a una brutale guerra di aggressione a dieci ore di macchina da qui, nel cuore dell’Europa: una guerra reale, vicina, terribile.

Quando nell’Accordo di coalizione abbiamo posto le basi per la presentazione di una Strategia di sicurezza nazionale quasi nessuno dei presenti oggi in questa sala – ma probabilmente da nessuna parte nel mondo – avrebbe mai immaginato quanto sta accadendo. Il Presidente russo aggredisce il suo vicino. Rompe con il nostro ordine di pace in Europa. E rompe con la Carta delle Nazioni Unite.

Oggi i nostri bambini ci chiedono – a colazione, a pranzo e a cena – se la guerra arriverà da noi, in Germania, ci chiedono cosa sono le armi nucleari. Ovunque nel Paese la gente scende in piazza, manifesta per la pace e la libertà e la sicurezza.

E noi sentiamo una nostalgia, che probabilmente non sentivamo da tempo, che la mia generazione non ha mai provato veramente. Una nostalgia di sicurezza. È una nostalgia profondamente umana – forse una sorta di garanzia e assicurazione dei nostri comuni obiettivi: la sicurezza per la libertà delle nostre vite.

Ed è su questo che verte la nostra Strategia di sicurezza nazionale: la sicurezza per la libertà delle nostre vite. Questa sicurezza è composta da tre elementi essenziali tra loro inscindibili.

In primo luogo, sicurezza significa l’inviolabilità delle nostre vite. Protezione dalla guerra e dalla violenza, da una minaccia acuta e concreta.

In secondo luogo, sicurezza significa proteggere la libertà delle nostre vite. Anche qualcosa su cui forse non abbiamo mai riflettuto veramente. La libertà delle nostre vite – cosa significa davvero vivere liberamente? Ce ne rendiamo conto di nuovo in Ucraina: nel coraggio degli uomini e delle donne che difendono il loro Paese. Nella loro determinazione vediamo cosa difendono queste persone, se necessario anche con la vita: la democrazia e il loro diritto di poter decidere da soli di una vita in libertà.

Il terzo elemento è la sicurezza delle basi della nostra esistenza. Non c’è sicurezza dove la guerra annienta le basi dell’esistenza, anche questo lo vediamo nelle terribili immagini che ci giungono dalle città sotto assedio. Ma anche laddove – e questo lo constatiamo in tutto il mondo – le conseguenze dei cambiamenti climatici, laddove la fame, la povertà e anche la mancanza di prosperità portano a conflitti e sofferenze, mancano le basi per una vita sicura in libertà.

Alla sicurezza della nostra vita. Alla nostra pace e alla nostra libertà in un’Europa democratica. A questo è dedicata la nostra Strategia di sicurezza nazionale.

E qui dobbiamo pensare a una sicurezza non improntata al passato, ma al futuro. Vogliamo farlo con autoconsapevolezza – nonostante tutti gli orrori che stiamo vivendo – ma anche in modo autoriflessivo e, se necessario, con spirito autocritico.

Vogliamo plasmare questo processo in modo che sia ampio e partecipativo, insieme ai diversi ministeri del Governo Federale, a Voi, care colleghe e cari colleghi del Bundestag tedesco, a prescindere dal gruppo parlamentare di appartenenza, e ai molti partner nazionali e internazionali.

Lo facciamo anche perché la politica di sicurezza è più che la mera somma di dimensione militare e diplomazia. Se gli investimenti in infrastrutture e la politica commerciale fanno parte della nostra sicurezza, allora questo significa anche che le decisioni sulla sicurezza non vengono prese solo al Ministero degli Esteri o al Ministero della Difesa, ma anche nelle aziende, nei comuni e nelle università.

Secondo me questo è un processo partecipativo per la nostra Strategia, ma è anche l’essenza di ciò che la politica estera significa per me e per il nostro Ministero. Non si tratta solo di uno scambio tra capitali, tra ministri, ma anche tra persone. Perché ne va della sicurezza umana. Della libertà di ogni singolo essere umano – qui da noi e nel mondo.

E questo non significa solo avvicinare la gente e costruire ponti, ma anche – perché la vita è reale – pensare “fuori dagli schemi”, essere pragmatici e non perdersi solo in cavilli. E significa per me e per noi la disponibilità a prestare ascolto alle preoccupazioni e alle esigenze degli altri e alle loro opinioni, chiamare per nome i dilemmi invece di ignorarli, e anche essere pronti a immedesimarsi negli altri, anche qualora non se ne condividano affatto le posizioni.

Alla luce della massiccia lesione del nostro ordine di pace commessa dalla Russia, dobbiamo, ai fini della nostra Strategia di sicurezza, tradurre i principi che ci guidano ancora più chiaramente in politiche concrete.

A mio avviso, gli elementi determinanti sono:

  • una posizione chiara,
  • una maggiore capacità d’azione
  • e strumenti di politica estera e di sicurezza più incisivi.

Per quanto riguarda la nostra posizione: l’aggressione della Russia evidenzia che nessun Paese, nemmeno la Germania, può essere neutrale quando si tratta di guerra e di pace, di giustizia e di ingiustizia. Nelle ultime settimane si è scritto molto sulla storia del nostro Paese e sulla nostra responsabilità tedesca. Lo dico molto chiaramente: sì, dalla nostra storia, dalla colpa della Germania per la guerra e il genocidio, ricade effettivamente su di noi, su di me, una responsabilità particolare: l’obbligo di stare al fianco di coloro la cui vita, la cui libertà e i cui diritti sono minacciati.

Vorrei quindi citare di nuovo Desmond: “Se siete neutrali in situazioni di ingiustizia, avete scelto la parte dell’oppressore.”

Questo vale per i nostri rapporti con la Russia. Ma vale anche per i nostri rapporti con altri regimi autocratici e dittatoriali che mettono in dubbio la libertà e la democrazia e la sicurezza, che violano le nostre regole internazionali.

E credo che, anche in questi giorni così incredibilmente difficili, in cui prendiamo decisioni nel giro di poche ore, dobbiamo sempre riflettere e fare attenzione a non ricadere nei vecchi errori del passato: come quello di credere che ci siano dittatori buoni e dittatori cattivi. No, dobbiamo difendere i nostri valori e le nostre posizioni nel mondo. Naturalmente questo significa che noi – e da anni e decenni molti dei presenti stanno facendo esattamente questo – dobbiamo parlare anche con i regimi autoritari. Con chi non condivide affatto le nostre posizioni. Parlare è il perno della diplomazia. È fondamentale che non ci lasciamo condannare al silenzio, che non accettiamo le cose perché siamo dipendenti economicamente o in termini di politica energetica. Dobbiamo, invece, prendere posizione, pure quando ci risulta difficile, anche su questioni come adesso il petrolio o altri embarghi. Prendere posizione per la sicurezza per la libertà delle nostre vite.

Per farlo, dobbiamo essere in grado di agire – e questo è il mio secondo punto. La nostra forza sta nella nostra compattezza internazionale. Questo è quanto stiamo facendo insieme per contrastare l’aggressione di Putin. Come UE abbiamo reagito con determinazione – anche se su molti altri punti litighiamo accanitamente – imponendo sanzioni estremamente aspre. Lo stesso vale per il G7, la NATO e tantissimi altri Paesi al mondo.

Perché l’aggressione della Russia all’Ucraina rappresenta una cesura geopolitica con profonde implicazioni per la sicurezza europea. Per la prima volta l’Unione Europea formula ora una Strategia di sicurezza più dettagliata che mai. L’iniziativa l’aveva presa qualche tempo fa il nostro Paese, la Germania. E questa Bussola Strategica, che è ora sul tavolo e che ovviamente sarà rivista, deve tenere conto e terrà conto delle nuove realtà nel nostro continente.

Allo stesso tempo – e anche questo sarà contemplato in questa Strategia, in questa Bussola Strategica – questa guerra torna a mostrare che la sicurezza dell’Europa dipende dalla difesa collettiva della NATO. Pertanto, la Bussola Strategica deve indirizzare la politica di sicurezza e di difesa dell’UE in modo complementare alla NATO e rafforzare e potenziare, quindi, il pilastro europeo dell’Alleanza transatlantica. Nel farlo, dobbiamo anche impegnarci a rafforzare l’industria europea della difesa. Non semplicemente per “fare di più”, per spendere di più, ma per essere più efficaci. La UE da sola ha sei volte più sistemi di armi in uso che gli Stati Uniti. Dobbiamo porre fine a questa frammentazione.

In termini di politica di sicurezza, “più UE” non significa “meno nell’Alleanza transatlantica”. La guerra di aggressione di Putin ci mostra che dobbiamo continuare a sviluppare la nostra difesa collettiva. E i nostri alleati pretendono da noi, quale maggiore economia europea, che ci assumiamo la leadership in tale processo, questo l’abbiamo percepito chiaramente.

In estate la NATO adotterà un nuovo Concetto strategico. I Capi di Stato e di Governo lo approveranno a Madrid alla fine di giugno. E oggi sappiamo, e ne stiamo discutendo proprio adesso, che la precedente logica del “tripwire”, che segnala attraverso schieramenti minimi nei Paesi baltici e in Polonia che un attacco a un Paese della NATO costituisce un attacco contro tutti, non sarà più sufficiente nella sua forma attuale.

Dobbiamo, quindi, fare sì che il rafforzamento delle presenze raggiunto nelle ultime settimane sia concepito per il lungo periodo. Le nostre esercitazioni militari devono riflettere le nuove realtà. E dobbiamo considerare il fatto che tutta la regione orientale dell’Alleanza è esposta a una nuova minaccia, il che significa che dobbiamo stabilire presenze NATO nei Paesi dell’Europa sud-orientale. La Germania darà un contributo sostanziale in questo senso in Slovacchia.

E la guerra ci ha fatto capire anche che la deterrenza nucleare della NATO deve rimanere credibile. Ecco perché il Governo Federale ha deciso di acquistare gli F-35. Tuttavia, il nostro obiettivo rimane un mondo libero da armi nucleari. Vogliamo parlare di questo obiettivo con i nostri partner nel quadro del Trattato di non proliferazione. Ma anche come osservatori, con i membri del Trattato per la proibizione delle armi nucleari.

Vorrei che conducessimo un dibattito onesto su come possiamo creare le basi necessarie per progredire nel disarmo. Questo non è possibile avanzando richieste unilaterali ai nostri alleati occidentali: si faranno veri progressi in materia di disarmo soltanto se tutti gli Stati che detengono armi nucleari adottano misure credibili. E sappiamo anche – questa è la cosa peggiore nell’attuale situazione – che Putin ora sta facendo esattamente il contrario, minacciando di usare le armi nucleari.

Ciononostante, noi stiamo dalla parte del diritto internazionale. Questa è una posizione di forza. E quindi per noi è chiaro, e lo sanciremo in questa Strategia nazionale di sicurezza, che il disarmo e il controllo degli armamenti rimangono un elemento chiave della nostra sicurezza. Dobbiamo concepire il disarmo e il controllo degli armamenti come complementari della deterrenza e della difesa.

Questo significa capacità di difesa all’interno dell’Alleanza. Questo è decisivo per la nostra capacità di agire. Per me la capacità di difesa comprende sia la capacità che la volontà di difendersi. E sono consapevole che tante persone in Germania – molti dei presenti qui in questa sala e ad ogni modo non escluderei nemmeno me – a lungo hanno usato questo termine con una certa titubanza. Ma sono convinta che la nostra capacità di difesa sia determinante per la nostra sicurezza. La nostra sicurezza di vivere in libertà.

Con il fondo speciale per la nostra capacità di difesa abbiamo compiuto pertanto un passo significativo per modernizzare più rapidamente le nostre forze armate e dotarle di un completo equipaggiamento, ma anche – e questo è importante – per rafforzare la nostra capacità comune di adempiere agli impegni presi in seno all’Alleanza. Poiché è importante che definiamo la capacità di difesa in linea con i nostri tempi. E non in linea con il secolo scorso. Ciò significa che le questioni del cyberspazio, così come gli aiuti alla stabilizzazione, rivestono un ruolo centrale.

Dobbiamo concepire la sicurezza guardando al futuro. Altrimenti non avremmo necessità di scrivere una nuova Strategia di sicurezza. E così la nostra Strategia di sicurezza nazionale affronterà cruciali questioni strategiche irrisolte, di cui finora non abbiamo discusso abbastanza approfonditamente in ambito politico e forse neanche in modo sufficientemente esaustivo in Europa.

Adesso constatiamo che si tratta sempre delle stesse questioni strategiche del passato: difendiamo la nostra sicurezza lontano da qui, nell’Hindu Kush o altrove? O difendiamo la nostra sicurezza direttamente davanti alla nostra porta di casa? Ora viviamo in un mondo interconnesso: non è un’alternativa, una questione di lontano o vicino. Noi difendiamo la nostra sicurezza sia qui davanti alla nostra porta di casa, sia a 10 ore di macchina da noi, sia nel mondo interconnesso.

E vediamo qui da noi, e l’abbiamo anche già visto negli ultimi anni, che in un mondo digitalizzato le minacce interne ed esterne si confondono completamente. Anche nella nostra Costituzione vi sono delimitazioni. Dobbiamo chiederci sinceramente, e credo che nessuno qui abbia già un’unica risposta: come gestiamo queste antiche delimitazioni in futuro?

Anche in relazione alla Belt and Road vediamo che gli investimenti, soprattutto nell’infrastruttura, sono rilevanti per la sicurezza. Abbiamo definito una sovranità europea in cui segnaliamo chiaramente che vogliamo cooperare sempre laddove possibile ed essere autonomi sempre laddove necessario. Ma si può agire autonomamente solo se non si dipende completamente da altri. E questo lo vediamo non solo da noi in Europa. Lo vediamo in tutto il mondo. In Africa, ma soprattutto anche nella regione indopacifica – se osserviamo in quali Paesi la Cina ha investito massicciamente nell’approvvigionamento energetico. Vediamo anche che in quei luoghi emergono chiaramente questioni inerenti la sovranità, l’integrità territoriale e questioni di diritto internazionale. E per tale motivo nei prossimi mesi non elaboreremo soltanto una nuova Strategia di sicurezza, bensì anche una nuova strategia per la Cina.

Signore e Signori,

siamo capaci di agire grazie alla forza delle nostre alleanze, grazie alla nostra capacità di difesa. Capacità di agire significa però anche non essere dipendenti e ricattabili nelle proprie relazioni economiche ed energetiche. Questa guerra sta mostrando con estrema chiarezza anche questo.

Molti di noi presenti in questa sala negli ultimi anni hanno ripetutamente sottolineato che l’approvvigionamento energetico è anche una questione di sicurezza. Esattamente otto anni fa la Russia ha annesso la Crimea, violando il diritto internazionale. E in realtà molto di quello che ci ritroviamo a discutere adesso lo sapevamo già otto anni fa. Non senza motivo l’Europa – e sono qui presenti alcuni membri del Parlamento Europeo – discusse allora dell’importanza della Direttiva sul gas. Cosa significa realmente unbundling? Cosa significa efficienza energetica e l’interazione tra energia, clima e questioni economiche? Questo dibattito si è svolto in numerosi think tank, alcuni dei partecipanti sono presenti anche qui oggi.

E la tragicità di tutto questo è che in realtà lo sapevamo, ma poi in qualche modo l’abbiamo perso di vista. Non serve a nulla ora dire chi in passato sapeva già o ha detto qualcosa. Il latte ormai è stato versato. Ora si tratta finalmente di fare le cose per bene. E perciò è così determinante che il Ministero Federale dell’Economia, che il Ministero dell’Energia, faccia tutto il necessario, e velocemente, per renderci indipendenti dalle importazioni di fonti energetiche fossili. Soprattutto dalle importazioni dalla Russia, ma senza scivolare in una nuova dipendenza da altri Paesi, sviluppando invece una propria sovranità nella politica energetica. Sapendo che dobbiamo sempre importare anche energie verdi.

È chiaro che dobbiamo affrancarci dai combustibili fossili e avanzare più rapidamente verso energie rinnovabili ed efficienti. Non sono solo investimenti in energia pulita, sono investimenti nella nostra sicurezza e quindi nella nostra libertà.

E siamo così giunti alla questione di politica di sicurezza dei nostri tempi: la crisi climatica. Che non è in competizione con la sfida della guerra e della pace. Bensì è correlata ad essa. Questa è la sfida colossale. Possiamo porre le basi per la sicurezza della nostra vita solo se sapremo gestire la crisi climatica. E qui dico chiaramente “gestire” e non “fermare”. Ormai non possiamo più fermare il riscaldamento globale. Abbiamo già un riscaldamento del pianeta di oltre 1 grado. E per questo non si tratta solo di “mitigare”. Si tratta invece, per ragioni di politica di sicurezza – ed è quello che Jennifer Morgan e molti altri qui in questo Ministero avvieranno insieme agli altri dicasteri – anche di adeguamento e di “loss and damage”, al fine di poter condurre gli Stati più vulnerabili in sicurezza verso il futuro, alla luce di questo riscaldamento globale.

Perché vediamo come la crisi climatica continui a minare la sicurezza negli Stati vulnerabili. Lo vediamo in tutto il mondo. Lo vediamo in particolare nel Sahel, dove eventi climatici estremi, insicurezza alimentare e migrazione aggravano le crisi tra gli Stati. Non è un caso che i jihadisti e la criminalità organizzata sfruttino questa fragilità come via d’accesso per imporre i loro interessi di potere e il loro odio contro la gente, mettendo così a rischio non solo la sicurezza sul posto, ma anche la nostra sicurezza qui in Europa. Pertanto la diplomazia climatica è parte integrante della nostra Strategia di sicurezza. Ogni tonnellata in meno di CO2, ogni centigrado in meno di riscaldamento globale è un contributo alla sicurezza dell’umanità.

Questo significa che dobbiamo affrontare intensamente le nostre dipendenze economiche. A lungo è valso il principio che più strette sono le interconnessioni economiche meglio è. Ora ci rendiamo conto che un orientamento economico unilaterale di fatto ci rende vulnerabili. Non solo in riferimento alla Russia. Pertanto, quando parliamo di connettività, quando parliamo di dipendenza, dobbiamo soprattutto pensare alle cose nel loro insieme. Non è che la politica commerciale, la politica infrastrutturale e poi la politica estera e di sicurezza siano a compartimenti stagni. No, è tutto collegato.

Nel XXI secolo si può essere vulnerabili anche quando Stati autoritari investono miliardi di euro in autostrade, strade, reti elettriche e porti europei. Per tale motivo rafforziamo insieme i nostri strumenti di economia estera nell’ambito della Strategia di sicurezza, ma anche all’interno di questo Governo Federale. E questa è l’essenza di una politica estera guidata da valori. Una politica estera guidata da valori significa difendere al tempo stesso valori e interessi, inclusi gli interessi economici. Perché le due dimensioni sono strettamente correlate.

E sono giunta così al mio terzo punto: i nostri strumenti di politica estera e di sicurezza. Perché la sicurezza non è una questione che riguarda solo la difesa. Vi sono anche altri aspetti, oltre a quelli militari. Se vogliamo affermarci a livello globale nella prova di forza del XXI secolo, dobbiamo aggiornare tutti i nostri strumenti: militari, politici, analogici, digitali, tecnologici. Dobbiamo avere una concezione globale della sicurezza evitando però di cadere nell’imprecisione.

Sono profondamente convinta che il nostro vasto impegno tedesco nel mondo negli ultimi anni e decenni – nella diplomazia, nella prevenzione delle crisi, nella politica culturale estera, nello sport, nel lavoro educativo, nella cooperazione in materia di aiuti allo sviluppo – fornisca un contributo decisivo anche alla nostra sicurezza. Perché così veniamo percepiti come Germania. E percepiti proprio in questa varietà.

Lo abbiamo visto negli ultimi giorni: siamo riusciti a convincere altri Paesi che non erano sicuri di come posizionarsi, a prendere una postura chiara, non solo perché abbiamo detto che erano in gioco il nostro ordine di pace europeo e il diritto internazionale. Ma anche perché godiamo di una certa fiducia dovuta ad anni di diplomazia, alle nostre buone relazioni e anche alla nostra disponibilità all’ascolto e alla nostra capacità di fare autocritica. Non ovunque, ma in molti luoghi del mondo. Questo è il frutto di una politica estera tedesca globale e multilaterale.

Credo che noi tutti, anch’io personalmente come nuova Ministra degli Affari Esteri tedesca, ne siamo riconoscenti. Ma uno dei nostri compiti ora è proprio quello di non dimenticarlo, bensì di potenziare e ampliare ulteriormente i nostri sforzi in futuro. La diplomazia, il lavoro culturale, l’educazione, lo sport, la mediazione delle crisi – un impegno con un lungo respiro e un’ampia base, i cui successi non si vedono da un giorno all’altro –, anche questi sono investimenti nella sicurezza di noi tutti.

Poiché le nostre risposte alle crisi devono essere complesse quanto le crisi stesse. Se per esempio ora vi saranno massicce interruzioni delle forniture, e la situazione è destinata ad aggravarsi perché l’Ucraina non può più fornire grano e molto altro ai Paesi dell’Africa, tra gli altri, e quindi per la gente si inasprirà ulteriormente la minaccia della fame, allora aumenterà il pericolo di nuovi conflitti, ma anche di false narrazioni.

Per questo ora, in questa situazione acuta e con riferimento alla nostra Strategia di sicurezza nazionale, dobbiamo intervenire con un ampio ventaglio di strumenti: diplomazia, promozione della pace, stabilizzazione, cooperazione economica e sostegno finanziario e sostanziale a Paesi e organizzazioni internazionali.

Ma anche in questo contesto, “sempre, sempre di più” non significa automaticamente “sempre, sempre meglio”. Anche qui dobbiamo chiederci sinceramente quanto siano efficaci i nostri mezzi e che contributo forniscano alla stabilizzazione delle regioni e alla nostra stessa sicurezza. E io credo che possiamo dire tutti che il metodo della distribuzione a pioggia non è sicuramente la misura più efficace. Se una nuova Ministra non sa ancora bene quale sia il sostegno fornito in un Paese da altri dicasteri, purtroppo questo evidentemente non è un caso, bensì mostra anche che dobbiamo coordinare di più la nostra cooperazione nella politica estera, ma anche economica, energetica e allo sviluppo.

Questo è quanto noi nel nostro Accordo di coalizione abbiamo definito come una politica estera coerente. E anche questo sarà un elemento sostanziale di questa Strategia di sicurezza: coordineremo i nostri finanziamenti, li avvieremo senza contrapposizioni.

Signore e Signori,

questioni complesse richiedono risposte complesse. E l’ho accennato all’inizio: la sfida maggiore sarà senz’altro quella del cyberspazio. Constatiamo infatti che il cyber è un aspetto fondamentale della guerra moderna. Constatiamo anche che si sta conducendo un tipo di guerra che in parte consideravamo obsoleto. Ma la grande sfida è che si è aggiunta la guerra cibernetica, la guerra ibrida.

E al momento sono visibili solo i primi cenni degli effetti spill over che questo può avere. Lo stiamo costatando anche con gli hacktivisti che potrebbero alimentare questo conflitto. In cui non sappiamo nemmeno chi siano gli attori. Quello che un tempo era un attacco a un gasdotto con una bomba o un missile, ora è un attacco hacker agli ospedali. E se è un attacco particolarmente complesso, in sei luoghi diversi dei nostri sedici Länder, chi è competente allora? La Bundeswehr, l’Ufficio Federale Criminale o i sei diversi Länder colpiti – perché tra l’altro non sappiamo nemmeno se si tratti di una coincidenza o di un attacco?

Queste minacce mostrano che non solo abbiamo bisogno di forti capacità di difesa cibernetica, ma che parte del nostro lavoro sulla Strategia di sicurezza nazionale dovrà anche essere dedicato alla ripartizione delle competenze tra la Bundeswehr e le autorità di sicurezza nazionali, tra il Governo Federale e i Länder.

Signore e Signori,

la guerra di Putin in violazione del diritto internazionale ci ha messo di fronte a una nuova realtà in materia di politica di sicurezza. Ma credo che sia anche importante riconoscere che non tutto è improvvisamente nuovo e diverso. Dobbiamo invece focalizzare la nostra attenzione su ciò che è nuovo. E anche su ciò che abbiamo fatto bene e che dobbiamo proseguire. È chiaro che i nostri militari non saranno più inviati automaticamente in operazioni a migliaia di chilometri di distanza da Flensburg o Friburgo. Ciononostante, anche queste operazioni rimangono importanti. E in questo senso ridefiniremo ora la nostra politica di sicurezza.

Io ritengo – come ho già detto all’inizio, proprio perché si tratta di una sfida così grande – che possiamo affrontare questo processo insieme con autoconsapevolezza. Perché alla guerra di Putin abbiamo reagito con determinazione insieme ai nostri partner come democrazie liberali. Con partner che condividono i nostri valori e li difendono come noi. Non solo l’Occidente, ma un’alleanza di democrazie liberali in tutto il mondo. Che difendono il diritto internazionale, la democrazia e un ordine internazionale basato su regole.

E se vogliamo dimostrare che il pensiero liberale è più forte dei regimi autoritari, dobbiamo tradurre in modo ancora più efficace i nostri principi in politiche concrete: prendendo una posizione chiara, agendo con decisione e con strumenti agili, efficaci e al passo coi tempi.

Lo faremo in modo prudente e pragmatico. Non pensando in categorie di bianco e nero, ma con il coraggio di ponderare le cose e il coraggio di affrontarle. E con una chiara bussola di valori in mano: per la sicurezza per la libertà delle nostre vite. Per la nostra pace e il futuro dei nostri figli in un’Europa comune e democratica.

Grazie.

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