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“Le risorse Ue non restino inutilizzate, è un sostegno straordinario per l’Italia”

La Cancelliera Merkel. Bundeskanzlerin Merkel.

La Cancelliera Merkel, © dpa-Pool

Comunicato stampa

L'intervista alla Cancelliera Federale Angela Merkel su La Stampa del 27 giugno 2020

 

di Francesca Sforza

 

 Spacca il minuto e entra da sola, la Bundeskanzlerin, portando dei fogli in mano che non leggerà. Si siede e sorride, si rende conto che la sala è molto grande – è quella che la Cancelleria dedica in genere agli incontri internazionali - e che in tempi diversi sarebbe stata più raccolta. “E’ il distanziamento”, osserva uno dei suoi consiglieri, dando voce all’espressione della Cancelliera. Angela Merkel si sistema appena la giacca blu cobalto, si sofferma sui giornalisti presenti durante il giro dei nomi: ognuno ai suoi occhi è un Paese, e l’impressione è che lei riconosca la particolarità che ciascuno rappresenta in Europa. Guarda Italia e Spagna con simpatia, la Francia con complicità, la Polonia con indulgenza, la Gran Bretagna con un filo di distanza. Concentrata e sintetica, è molto attenta a usare le parole, non dice frasi di troppo che è poi costretta a ritirare o a rettificare, non si espone mai. In una sola occasione le scappa un sorriso, ed è quando gli chiediamo se secondo lei l’Italia farebbe bene a utilizzare il Mes: “Non abbiamo messo a disposizione tutte queste risorse perché restino inutilizzate”. Prima di iniziare l’intervista guarda l’orologio, fa un calcolo interno del tempo che avrà per rispondere a ogni domanda: “Cominciamo”.


Cancelliera Merkel, il Semestre di presidenza tedesco si apre in un periodo di crisi senza precedenti, e le aspettative nei confronti della Germania sono altissime. Qual è il suo stato d’animo in questo momento?


Il primo Semestre di presidenza del mio cancellierato è stato nel 2007. In Francia e nei Paesi Bassi era stato respinto il Trattato sulla costituzione europea e ci eravamo prefissi di realizzare un nuovo trattato. E ci siamo riusciti. Poi sono arrivate la crisi finanziaria internazionale, le turbolenze dell’euro e la questione dei rifugiati, quindi i momenti di tensione ci sono sempre stati. E a più riprese si è constatato che l’Europa non è ancora sufficientemente resistente alle crisi. Nella crisi dell’euro ci mancavano gli strumenti per reagire in modo adeguato. Durante i movimenti dei rifugiati nel 2015 sono emerse le lacune del sistema di asilo dell’UE. Ora la pandemia del Coronavirus ci pone di fronte a una sfida di portata senza precedenti. Ha investito noi tutti senza che ne avessimo colpa. Da un lato interrompe un andamento economico favorevole in tutti gli Stati membri dell’UE, dall’altro va di pari passo con i due altri grandi fenomeni dirompenti della nostra epoca, che comunque trasformano la nostra vita e la nostra economia: il cambiamento climatico e la digitalizzazione. A tutto questo lavoro con grande concentrazione.


Crede che questa volta sia in gioco il futuro stesso dell’Unione?

Non dovremmo porci troppo spesso la questione dell’esistenza dell’UE, ma fare il nostro lavoro. Tutti gli Stati membri hanno un interesse assoluto ad avere un mercato unico europeo che sia forte e a presentarsi compatti sulla scena internazionale. Conto sul fatto che, in una situazione così straordinaria, gli Stati membri abbiano un grande interesse in ciò che ci accomuna.

La crisi non colpisce solo l’Europa, tutto il mondo lotta contro la pandemia e forze politiche spesso oscure. Che rischi vede?

Sì, è vero che in questo momento a livello internazionale i toni sono aspri. Dopo la crisi finanziaria del 2008 era scoccata l’ora del multilateralismo. All’epoca si avviò il G20 a livello dei Capi di Stato e di Governo e i Paesi dettero una risposta molto compatta. Oggi questo non accade. Oggi dobbiamo fare tutto il possibile per non cadere nel protezionismo. Se l’Europa vuole essere ascoltata, deve dare il buon esempio. Io punto su questo, e comunque non mi faccio illusioni sulla difficoltà dei negoziati.


La  proposta di un  fondo per la ripresa è venuta incontro in particolare ai Paesi dell’Europa del Sud. Quali impegni di riforma si aspetta in cambio?

Non credo si debba parlare dei Paesi del Nord, dei Paesi del Sud e dei Paesi dell’Est. Non è tutto bianco e nero. Mi aspetto che ognuno di noi si metta sempre anche nei panni dell’altro e osservi i problemi da diverse prospettive. In linea di principio, le risorse del fondo servono ad aiutare, a essere solidali e a rendersi conto che i Paesi sono investiti dalla pandemia con intensità diverse. Tuttavia, anche se stanziamo, ad esempio, l’1% del PIL dell’UE, si tratta sempre solo di un 1%. Restano quindi ancora tante prestazioni che devono essere fornite dagli Stati stessi. Pertanto, la chiave per il successo consiste nell’amministrare bene in tutti i nostri Paesi e parallelamente incrementare la convergenza nell’UE.

Si tratta di molti soldi, crede che ci saranno problemi nella ripartizione?

Per via dell’impatto differenziato della pandemia è necessario utilizzare una chiave di ripartizione diversa rispetto ad un normale bilancio europeo. Spero che questa argomentazione sarà convincente. Una sfida straordinaria richiede un percorso straordinario. Per i Paesi che hanno già un livello di indebitamento molto elevato ha più senso ricevere sovvenzioni anziché ulteriori prestiti. Lavoro per convincere anche i Paesi che finora hanno approvato i prestiti, ma hanno respinto le sovvenzioni.

Il gruppo dei cosiddetti “frugali” persegue un approccio difensivo. Perché la Germania stavolta ha preso una strada diversa?

La pandemia del Coronavirus ha avuto un impatto enorme, per esempio, sulla Spagna e sull’Italia, dal punto di vista economico, medico e ovviamente anche emotivo, per via delle numerose vittime. È necessario che la Germania non pensi solo a se stessa, ma che sia pronta a compiere un atto di solidarietà straordinario. È questo lo spirito con cui il Presidente francese Macron ed io abbiamo fatto la nostra proposta.


Un livello d’indebitamento maggiore comporta per la Germania un’inversione di rotta. Che ne è stato della Cancelliera alfiere del risparmio?

In una crisi come questa ci si aspetta che tutti facciano ciò che è necessario. In questo caso era necessario fare qualcosa di straordinario. La Germania aveva un tasso di indebitamento basso e pertanto poteva permettersi di indebitarsi maggiormente in questa situazione eccezionale. Per noi è anche molto importante che il programma resti nel quadro dei Trattati europei. Abbiamo trovato una via per farlo. E ovviamente agiamo anche nel nostro interesse.
È nell’interesse della Germania che il mercato unico sia forte e che l’Unione Europea cresca insieme, anziché disgregarsi. Ciò che fa bene all’Europa faceva e fa bene anche a noi.

Il fondo per la ripresa ha generato una strana armonia, non crede che il dispiegamento di risorse mascheri il populismo e i nazionalismi latenti?

Il fondo per la ripresa non può risolvere tutti i problemi dell’Europa. Ma se non lo avessimo, tutti i problemi si aggraverebbero. La situazione economica dell’Europa è determinante per così tanti ambiti: un tasso di disoccupazione molto elevato in un Paese può diventare dinamite politica. Aumenterebbero così i rischi per la democrazia. Perché l’Europa sopravviva, deve sopravvivere anche la sua economia.

Il fondo per la ripresa può innescare un circolo virtuoso verso gli Stati Uniti d’Europa?

Per me il fondo è una risposta particolare ad una situazione particolare. Se vogliamo apportare cambiamenti fondamentali alla gestione del bilancio dell’Unione Europea o se vogliamo attribuirle il diritto al prelievo fiscale, dovremmo modificare i Trattati. Così cambierebbe l’equilibrio fra competenze e controllo. Se ne discuterà sicuramente nei prossimi anni, ma lo si dovrà fare con cautela. Tuttavia, nella situazione attuale non potremmo aspettare che vengano modificati i Trattati, dobbiamo invece reagire velocemente alla pandemia.

L’Italia dovrebbe avvalersi delle offerte del Meccanismo europeo di stabilità?

Questa è una decisione italiana. Abbiamo creato gli strumenti, mediante la BEI, il MES con linee di credito precauzionali o mediante il meccanismo SURE per la cassa integrazione. Tutti possono utilizzare questi strumenti. Non li abbiamo messi a disposizione perché restino inutilizzati.

Ritiene che Nadia Calviño sia la candidata adatta alla presidenza dell’Eurogruppo?

Lo stanno discutendo i ministri delle finanze. Non è un segreto che Nadia Calviño ha sostenitori anche nel Governo tedesco. Ma la decisione finale dovrà essere presa dall’Eurogruppo. Inoltre sono sempre lieta quando delle donne assumono ruoli guida in politica. Non c’era stata ancora nessuna donna a capo dell’Eurogruppo. La decisione però non spetta a me, bensì all’Eurogruppo.


Lei è l’ultimo Capo di Governo della generazione dell’89, vede rischi di disgregazione, dietro gli sforzi comunitari? I capi di governo più giovani troveranno ancora un linguaggio comune?

Anche il Presidente del Consiglio ungherese Orban era già politicamente attivo nell’89. All’epoca, l’ordine della democrazia liberale si era imposto sulla dittatura del socialismo e del comunismo. Era, però, solo una parte della verità. Scoppiarono i conflitti nei Balcani occidentali e poi nel mondo islamico. La Cina è diventata una grande potenza economica. Proprio l’esempio della Cina dimostra che anche uno Stato non democratico può avere successo economico e ciò mette a dura prova le nostre democrazie liberali. Poi è emersa la sfida del terrorismo islamico, in particolare con l’attentato dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti. A questo si è aggiunta la delusione che ha fatto seguito alla primavera araba. Finora non siamo riusciti a fornire la prova schiacciante che il sistema liberale vincerà. E questo mi preoccupa.

L’Europa non ha saputo cogliere i frutti della sua rivoluzione?

Sì e no. Da un lato, dal 1989 abbiamo vissuto una storia di successo incredibile, dall’altro, nella nostra esuberanza, non abbiamo sufficientemente riconosciuto i segni duraturi che hanno lasciato le dittature nei 40 anni successivi alla seconda guerra mondiale. Dopo il nazionalsocialismo e la seconda guerra mondiale, in molti Paesi dell’Europa orientale è subentrata una seconda dittatura. Gli Stati del blocco orientale hanno avuto solo pochi anni per elaborare la propria identità nazionale. Così solo successivamente sono stati recuperati i processi che i Paesi occidentali avevano già compiuto da tempo. Molti dei recenti Paesi membri dell’UE da un lato condividono l’entusiasmo per l’opera di pace rappresentata dall’UE, dall’altro manifestano scetticismo nei confronti dell’Europa. Dobbiamo imparare a comprendere questo aspetto. Ritengo che sia mio compito lavorare per un’Europa autodeterminata, liberale e improntata ai diritti fondamentali dell’individuo.

Con tutto il rispetto per le diverse esperienze storiche, dove si traccia la linea di demarcazione di fronte alle violazioni dello stato di diritto?

Ovviamente discuteremo delle questioni dello stato di diritto. Il tratto distintivo della democrazia è che ogni opposizione deve avere una chance equa di tornare al governo. All’opposizione devono essere concessi diritti chiari: a cominciare da adeguati tempi di parola in parlamento e spazi, per lo meno di pari entità, nel servizio pubblico di emittenza radiotelevisiva, fino all’indipendenza della magistratura e al rispetto delle regole democratiche.

Il caso della decisione di Karlsruhe ha posto il dilemma con forza: il diritto europeo prevale su quello nazionale o viceversa?

Questo tema viene discusso da ben prima della sentenza della Corte Costituzionale Federale sulla Banca Centrale Europea. Non c’è dubbio: il diritto europeo prevale su quello nazionale, ma ciò non chiarisce dove inizi la zona di regolamentazione del diritto europeo. L’Unione Europea vive delle competenze che le vengono trasferite dagli Stati membri. Al confine tra la zona di regolamentazione nazionale e quella del diritto europeo possono crearsi degli attriti, perché il livello europeo definisce i confini in modo più ampio rispetto, ad esempio, al parlamento tedesco. Lo stiamo vedendo nel caso della BCE. Se la Corte Costituzionale ritiene che il confine sia stato superato, si rivolge alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea e richiede una verifica. In passato si è sempre trovato un accordo. Ora si è generato un conflitto. È nella natura delle cose perché, fintanto che tutte le competenze non saranno state trasferite alle istituzioni europee, e sicuramente ciò non accadrà, lo Stato nazionale potrà sempre rivendicare delle competenze.


La Presidenza vuole trovare una linea comune nel rapporto con la Cina. È ancora un obiettivo realistico?

A causa della pandemia non possiamo tenere il vertice con la Cina a settembre come programmato. Ma intendiamo recuperarlo. Il vertice ha il compito di far progredire le relazioni tra l’UE e la Cina. Abbiamo interessi condivisi, come ad esempio nella cooperazione per la tutela del clima. Stiamo negoziando da tempo un accordo di investimenti, ma non si registrano veri progressi. Dovremmo discutere della nostra politica di sviluppo in Africa, dove la Cina persegue in parte approcci diversi. Allo stesso tempo, il vertice ci obbliga a elaborare una posizione europea unitaria nei confronti della Cina. Ciò non è così semplice. Dovremmo sviluppare una politica che rifletta i nostri interessi e valori, poiché il rispetto dei diritti umani, lo stato di diritto e le nostre inquietudini sul futuro di Hong Kong sono temi che s’infrappongono tra la Cina e noi e che vengono menzionati chiaramente.

La Cina mette in discussione la struttura democratica occidentale dell’Europa?

Innanzitutto dobbiamo fare tutto il possibile per divenire resilienti. In quanto europei dobbiamo restare compatti, altrimenti ci indeboliamo da soli. La Cina ha sviluppato una pretesa globale. Questo ci rende partner nella cooperazione economica o nella lotta al cambiamento climatico, ma fa di noi anche dei concorrenti con sistemi politici molto diversi. Non parlarsi non sarebbe di certo una buona idea.

Alla fine dell’anno si prospetta una Brexit senza regole. La prenderebbe come una sconfitta personale?

No. Ovviamente sarebbe nell’interesse della Gran Bretagna e di tutti gli Stati membri che l’uscita dall’Unione europea fosse regolamentata. Ciò presuppone però che entrambe le parti lo vogliano. I nostri desideri non interessano, interessa solo la realtà, quindi innanzitutto il volere della Gran Bretagna. Lo stesso governo britannico, con a capo Boris Johnson, vuole definire quale posizione avere nei nostri confronti dopo l’uscita dall’Unione europea. Ovviamente poi dovrà anche convivere con le conseguenze, vale a dire con un’economia meno interconnessa. Se la Gran Bretagna non vuole avere regole comparabili a quelle dell’UE nei settori dell’ambiente, del mercato del lavoro o degli standard sociali, le nostre relazioni saranno meno intense. E a quel punto sono loro a non desiderare che le norme si evolvano parallelamente. Dobbiamo abbandonare l’idea che siamo noi a determinare ciò che dovrebbe volere la Gran Bretagna. È la Gran Bretagna a definirlo e noi rispondiamo in modo adeguato come UE a 27.

Anche gli USA hanno cambiato atteggiamento nei confronti dell’Europa. Il Presidente Trump critica la Germania e vuole ritirare truppe militari. E’ una minaccia che la colpisce?

Pensiamo che l’Alleanza atlantica abbia un grande valore per ogni Stato membro. In Germania sappiamo di dover spendere di più per la difesa e negli ultimi anni abbiamo già apportato notevoli aumenti, e continueremo a farlo per le nostre capacità militari. Le truppe americane in Germania servono sia alla protezione della Germania e della parte europea della Nato, sia agli interessi degli Stati Uniti d’America.

È giunto ora il momento per un’autonomia strategica dell’UE e un’effettiva sovranità europea in tema di difesa?

Guardi al mondo, guardi alla Cina o all’India: vi sono ragioni preponderanti per continuare a puntare sulla comunità transatlantica di difesa e sullo scudo nucleare comune. Ma, ovviamente, l’Europa deve dare un contributo maggiore rispetto al periodo della guerra fredda. Siamo cresciuti con la consapevolezza che gli USA vogliano essere una potenza mondiale. Se ora gli USA dovessero abbandonare questo ruolo di propria spontanea volontà, dovremmo avviare una riflessione molto approfondita.

Nell’Europa orientale la minaccia proveniente dalla Russia viene percepita come particolarmente forte. La Germania sottovaluta il pericolo?

Riconosciamo le campagne di disinformazione, i mezzi della cosiddetta guerra ibrida sono parte dell’arsenale e dello schema d’azione russi. D’altro canto, ci sono buoni motivi per continuare ad avviare un dialogo costruttivo con la Russia. In Siria o in Libia, nei Paesi che sono i vicini diretti dell’Europa, l’influenza strategica della Russia è forte. Per questo continuo ad adoperarmi per una cooperazione.

 


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