Willkommen auf den Seiten des Auswärtigen Amts

Il discorso sull'Europa del Ministro Federale degli Affari Esteri Heiko Maas

Europarede von Außenminister Heiko Maas

13.06.2018, Berlin: Heiko Maas (SPD), Außenminister, hält bei einer Veranstaltung der pro-europäischen Organisation United Europe eine Grundsatzrede zur Europäischen Union und beantwortet Fragen des Publikums. Foto: Gregor Fischer/dpa | Verwendung weltweit, © dpa

15.06.2018 - Comunicato stampa

Il discorso sull'Europa del Ministro Federale degli Affari Esteri Heiko Maas


Discorso del

Ministro federale degli Affari esteri

Heiko Maas, Deputato al Bundestag Tedesco

“Coraggio per l’Europa –

#EuropeUnited”

alla vecchia stazione postale presso l’Ostbahnhof

Berlino, 13 giugno 2018

 

Gentili signore, egregi signori,

e soprattutto: cari co-ospiti di “Pulse of Europe” e della fondazione Schwarzkopf,

Come può l’Europa affermarsi in un mondo radicalizzato dal nazionalismo, dal populismo e dallo sciovinismo?

È su questa domanda che vertono i miei pensieri quando mi trovo a riflettere sul ruolo della Germania in Europa, in questi giorni.

E la stessa questione aleggia sempre anche quando mi trovo a parlare con i miei colleghi europei, e ovviamente anche nelle mie visite a Mosca, a Washington, in Africa e in Medio Oriente.

  • La politica egoista di Donald Trump dell’“America First”,
  • Gli attacchi della Russia al diritto internazionale e alla sovranità degli Stati, e
  • L’espansione del gigante Cina.

L’ordinamento mondiale come lo conoscevamo, cui ci eravamo abituati e nel quale a volte ci eravamo messi comodi, ebbene, non esiste più.

Le vecchie certezze si stanno sbriciolando in nuove crisi e alleanze decennali vengono messe in forse a colpi di tweet.

Per lungo tempo gli Stati Uniti d’America sono stati la potenza guida dei popoli liberi. Per 70 anni hanno sostenuto la libertà, il benessere e la sicurezza qui in Europa.

Pochi giorni fa ho dichiarato che alle recenti decisioni degli Stati Uniti reagiremo con contromisure corrispondenti.

Credetemi: Che un ministro degli esteri tedesco possa mai arrivare a trovarsi in una situazione da dire cose del genere – non l’avrei immaginato, a essere sinceri.

Ma con il presidente Trump l’Atlantico è diventato più largo e la sua politica isolazionista ha lasciato in tutto il mondo un vuoto immenso – e questo lo percepiamo soprattutto dopo il vertice del G7.

Chi andrà a colmare questo vuoto? Potenze autoritarie? Nessuno magari?

Oppure sarà la bandiera europea il nuovo vessillo del mondo libero, così come una volta lo è stato la bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti?

La risposta a questa domanda deve venire anche dalla Germania.

Certo, qui nell’analisi siamo particolarmente forti: in questi giorni è difficile trovare un articolo di giornale o una dichiarazione di un politico in cui non si dica che spetta all’Europa salvare il libero scambio, la tutela del clima e l’ordinamento multilaterale del mondo. E, certo: anch’io condivido in pieno queste analisi.

L’urgenza con cui dobbiamo raccogliere la forza dell’Europa nel mondo, oggi è più grande che mai. La digitalizzazione, il cambiamento climatico, la migrazione e le conseguenze sociali della globalizzazione – è possibile venire a capo di tutti questi fenomeni mondiali solo se l’Europa agisce con la forza unita dei suoi 500 milioni di cittadini.

Cosa aspettiamo quindi? Non dobbiamo soffermarci ancora su queste osservazioni! Se l’Europa non agisce attivamente in modo unito, ben presto sarà oggetto dell’azione altrui.

Tra vent’anni vi saranno presumibilmente nove miliardi di persone che abiteranno il pianeta. Ma solo il cinque percento circa vivrà nell’Unione Europea. Sembra poco, ma il cinque percento – è pur sempre molto di più rispetto ai frammenti di un punto percentuale costituiti dai singoli Stati europei. Solo se questo cinque percento procede unito avremo l’opportunità di poter partecipare in qualche modo alla gestione di quel mondo in trasformazione.

Ed è per questo che la nostra risposta congiunta a “America first” oggi dev’essere “Europe united”!

E a tal riguardo un’ulteriore elenco di cose da fare non sarà sufficiente.

In tal modo non si riuscirà a suscitare l’entusiasmo di nessuno in Europa o per l’Europa.

Perché: si tratta d’altro. Si tratta del nostro atteggiamento verso l’Europa. Ed io sono fermamente convinto: Abbiamo bisogno di un maggiore coraggio in Europa.

  • Il coraggio di afferrare finalmente e con determinazione la mano che il presidente francese ci ha steso già nel settembre scorso. Non con il metodo dei “multiple choice”, bensì con delle alternative proprie, laddove abbiamo delle idee diverse.
  • Il coraggio di presentare anche un’idea propria per il futuro dell’Europa che non si esaurisca in preoccupazioni puramente tecnocratiche o in vacue esaltazioni dell’Unione Europea.
  • E il coraggio di buttare anche qualche nostro concetto ortodosso perché serve all’insieme, poiché solo così rimarremo veramente capaci di agire.

Il nazionalismo e l’isolazionismo si nutrono anche della nostra mancanza di coraggio. I populisti hanno bisogno della paura e della mancanza di orientamento delle persone per poter propagare le loro finte soluzioni.

Tutto questo non mi lascia indifferente, tutt’altro, e non solo da oggi. Il nuovo nazionalismo mi fa piangere il cuore, e questo deriva magari anche dal fatto che provengo dalla regione della Saar. Chi proviene da questa zona di confine ha un rapporto molto particolare con l’Europa.

Quando iniziai i miei studi a Saarbrücken, il presidente dell’università di allora nella sua prolusione fece un appello: Che ognuno di noi attraversasse il confine con la Francia e passasse un giorno sui vicini campi di battaglia di Verdun a riflettere.

Per chi la guerra la conosce solo dai libri di storia si tratta di un’esperienza veramente autentica.

Io questo l’ho poi fatto per davvero. Ho preso la moto e una mattina sono andato a Verdun. Ho visto gli sterminati cimiteri militari, il paesaggio ancor’oggi sfigurato dai crateri delle granate, l’ossario di Douaumont: raccoglie le ossa di 130.000 soldati tedeschi e francesi che erano talmente sbrindellati che nessuno sarebbe stato in grado di identificarli.

Chi ha mai visto Verdun, sa quanto l’Unione europea sia una singolare opera di pace. E comprenderà anche quanto forte fosse il coraggio necessario per parlare, a pochi anni dalle devastazioni di due guerre mondiali, di rappacificazione.

Ma per suscitare nuovo entusiasmo per l’Europa non sarà sufficiente continuare ad evocare la nostra storia, il coraggio e la lungimiranza di chi ha fondato l’Europa.

Dobbiamo far sentire qui ed ora: che abbiamo bisogno di più Europa, non di meno Europa! Proprio ora!

Per fare con sincerità il punto della situazione, occorre anche affermare: Il nuovo nazionalismo ha anche delle nuove ragioni, e la politica di molti governi ne è corresponsabile. Una politica che troppo spesso scarica le colpe su Bruxelles mentre di fronte ai propri cittadini attribuisce a se stessa i meriti dei successi europei.

Per troppo tempo, inoltre, abbiamo considerato la globalizzazione e certe sue derive come una sorta di fenomeno naturale contro cui la politica non era in grado – o partendo da un’ideologia neoliberale – non intendeva intervenire.

La crisi bancaria, i flussi migratori, la delocalizzazione dei posti di lavoro – sono anche queste le esperienze che hanno rafforzato i nazionalisti e i populisti in Europa e anche oltre l’Europa.

È quindi un compito centrale della politica europea far sentire che la globalizzazione, l’erosione dei sistemi di governance non sono, per l’appunto, fenomeni naturali ai quali siamo esposti in modo inerme. E per fare questo occorre il coraggio di risistemare l’Unione europea al fine di prepararla per il 21° secolo!

Non ci rimane molto tempo per farlo. Ma ne vale la pena!

Signore e signori,

La condizione interna e i compiti internazionali dell’Europa – le due cose sono strettamente connesse. Solo la coesione e l’unità interna ci danno forza e sovranità verso l’esterno.

Ed è per questo che abbiamo bisogno di una grande Europa.

  • Un’Europa che non faccia differenze tra paesi piccoli e paesi grandi, tra centri e periferie.
  • Un’Europa che non finisca né sulla cortina di ferro di una volta, né sulle Alpi.

Appena pochi metri da qui si trovava fino al 1989 il Muro di Berlino che costituiva il confine letale tra Est e Ovest.

Noi tedeschi, se abbiamo tratto un insegnamento da questa storia di divisione, è quello per cui i muri e le frontiere non creano sicurezza ma limitano la libertà, il benessere e la felicità. Un’esperienza che fin troppe persone hanno già fatto.

Non dobbiamo consentire, pertanto, che l’Europa oggi si decomponga in vari gruppi innalzando nuove frontiere. Dobbiamo ricomporre invece le crepe che si sono formate nell’Unione negli ultimi anni – tra Nord e Sud, tra Est e Ovest.

E dev’essere questa la nostra offerta tedesca all’Europa: Vogliamo superare ciò che divide! Vogliamo essere garanti dell’unità interna e del vigore dell’Europa, affinché l’Europa possa soddisfare meglio le speranze dei cittadini europei e le aspettative del mondo.

Affinché si riesca in questo, anche la Germania deve muoversi. La linea di demarcazione tra la fedeltà ai principi e la cocciutaggine è sottile, talvolta, proprio nel nostro paese. Dobbiamo anche imparare a vedere l’Europa maggiormente con gli occhi degli altri europei, per comprendere l’idea di Europa.

  • Vi sono da un lato i paesi dell’Europa centrale e orientale che hanno sperimentato il collasso del comunismo e il totale stravolgimento delle proprie condizioni di vita.

    Per essi l’Europa è stata soprattutto una promessa di libertà e di benessere.

    L’Europa ha fornito entrambi, anche se per quanto riguarda l’economia continua a persistere un divario. Ma l’atteggiamento dell’Europa nei confronti della crisi dei migranti ha suscitato in molte persone dell’Europa centrale e orientale una sensazione di eteronomia – e capisco che in queste regioni alcuni reagiscano con suscettibilità, vedendo toccate la propria sovranità e identità appena riconquistate, anche se questo è solo una percezione.

    Ovviamente l’Europa non deve sorvolare sulle deficienze dello stato di diritto democratico, poiché è proprio su di esso che si fonda l’Unione.

    Ma certamente il tono didattico da Berlino otterrebbe meno di quanto possano fare delle offerte intelligenti per una compensazione degli interessi.

  • Vi sono inoltre i paesi del sud che continuano a risentire delle conseguenze della crisi dei mercati finanziari. Anche se l’economia si è ampiamente ripresa, vi sono ancora delle aree in cui il 25, 30 o 40 percento dei giovani non riesce a trovare un lavoro. Questo non deve lasciarci indifferenti in Germania!

    E dobbiamo essere allarmati quando proprio in Italia – un pilastro dell’Europa e fino ad ora uno dei nostri partner più stretti – quasi una persona su due pensa che il paese non abbia vantaggi dall’appartenenza all’Unione europea.

    Anche alla legittima attesa di solidarietà delle persone nel sud – anche a questa attesa l’Europa deve trovare delle risposte convincenti su vari piani differenti.

Signore e signori,

quando parliamo di una grande Europa, naturalmente si pone subito la questione della capacità di azione dell’Unione europea. Una grande Europa naturalmente non deve frenare le ambizioni di coloro che intendono procedere a una collaborazione ancora più stretta.

Senza voler dividere in europei buoni e europei cattivi, dovremmo anche prendere atto del fatto che l’obiettivo di una maggiore integrazione tra gli stati europei non è condiviso in uguale misura da tutti i paesi membri.

Abbiamo bisogno, perciò, di meccanismi – e qui sono d’accordo con Emmanuel Macron – che consentano un avanzamento flessibile di gruppi all’interno dell’Unione europea senza la possibilità di un blocco da parte di altri.

Nel contempo, però, la porta deve rimanere ampiamente aperta per coloro che magari intendono aggregarsi in un secondo momento.

Che ciò possa funzionare lo dimostra per esempio la nostra cooperazione rafforzata nell’ambito della politica di sicurezza e di difesa. Alla fine sono 25 i paesi membri che partecipano. La chiave del successo è costituita dagli obiettivi ambiziosi, la massima trasparenza e l’apertura permanente nei confronti degli stati membri. E anche in futuro devono essere questi i principi per rendere l’Unione europea più efficace.

Signore e signori,

il consenso delle persone all’Europa – e di questo si tratta – non dipende tanto dal modo in cui vengono prese le decisioni a Bruxelles, ma di quali decisioni si prendiamo.

L’opportunità per agire di comune accordo in Europa l’abbiamo laddove ci si trova di fronte a problemi globali. Nessun paese europeo, e nemmeno la Germania, può assumere da solo un peso tale da riuscire a contribuire in maniera determinante alla gestione della globalizzazione, del sistema commerciale o della politica internazionale.

Perché in fondo è vero quanto ha affermato l’ex premier belga Paul-Henri Spaak: “Vi sono solo due tipi di Stati in Europa: Stati piccoli e Stati piccoli che ancora non hanno capito di essere piccoli.”

Cosa significa questo, a sviluppare il pensiero fino in fondo? Anche la cessione di sovranità all’Unione europea consente un incremento della capacità di influire che a livello nazionale è andata persa da tempo. Nazionalismo non significa infatti “riprendersi il controllo”, come sostengono i fautori della Brexit, ma invece: “cedere il controllo”.

Mantenere la sovranità attraverso una collaborazione più stretta – dev’essere questo l’obiettivo e il principio all’interno dell’Unione europea. Ed è per questo che abbiamo urgente bisogno di una risposta alla domanda: Quali sono i compiti più importanti che dobbiamo affrontare insieme?

A questo proposito vedo soprattutto tre ambiti:

  • La politica economica e finanziaria con la sua dimensione sociale che deve provvedere ad un maggiore adeguamento delle condizioni di vita. Ciò corrisponde anche alle attese della gente ed è questa la promessa di benessere dell’idea europea;
  • Le politiche migratorie che devono finire di essere un elemento di scissione in Europa;
  • Ed infine la politica estera per la quale è in ballo la capacità di gestione e l’autorevolezza dell’Europa nel mondo.

Per me è fuori dubbio che dobbiamo lasciarci alle spalle le divisioni nelle politiche economiche e finanziarie in Europa. A tal proposito dobbiamo finalmente superare molte riserve che a tutt’oggi sussistono.

La Germania infatti trae beneficio dall’euro e dal mercato interno come nessun altro paese dell’Unione europea.

La fondazione Bertelsmann ha calcolato che l’economia della Germania grazie al mercato interno cresce ogni anno di oltre 37 miliardi di euro. Ciò corrisponde ad un incremento del reddito di 450 euro l’anno per ciascuno di noi. Nove tra i nostri dodici principali partner commerciali sono paesi membri dell’Unione, sei tra questi nove pagano in euro come noi.

Per questi motivi è semplicemente la logica a dirci che la duratura stabilizzazione dell’euro è nel nostro fondamentale interesse di tedeschi.

Noi tedeschi amiamo le assicurazioni. Abbiamo stipulato insieme più di 430 milioni di contratti assicurativi per tutelarci contro ogni rischio possibile. Ma proprio quando si è trattato di mettere in sicurezza la nostra moneta unica, per lungo tempo abbiamo detto di no.

È giusto, quindi, che la Cancelliera abbia per la prima volta specificato qualche dettaglio su come l’Europa possa far fronte ai propri impegni a tal riguardo in modo migliore.

Ma dobbiamo andare oltre! Se vogliamo un’Europa forte, benestante senza membri di prima e di seconda classe, la discussione non può finire qui. La proposta del vicecancelliere Olaf Scholz di procurare all’Unione europea per la prima volta dei fondi propri basati sulla fiscalità, con la tassa sulle transazioni finanziarie, costituirebbe un paradigma veramente nuovo. E se guardiamo ai nostri rapporti transatlantici ritengo che non sarebbe una cattiva idea quella di introdurre una tassa sulle attività digitali.

E poi:

  • Occorrono maggiori sforzi contro la disoccupazione giovanile e un minor divario sociale nell’eurozona, per esempio tramite un salario minimo europeo o la riassicurazione europea delle assicurazioni nazionali contro la disoccupazione,
  • Occorre un maggiore impegno dell’Unione europea nel contrasto al dumping sociale e fiscale, per esempio tramite l’assimilazione della tassazione delle imprese – solo questo potrà servire,
  • Occorre un maggior sostegno alle riforme strutturali e occorrono maggiori investimenti, per esempio nella trasformazione digitale – una delle grosse sfide nel nostro futuro.

Tutto questo garantisce la stabilità economica dell’Europa, la stabilità della nostra moneta e la pace sociale che è invidiata all’Europa in tutto il mondo.

La parsimonia è una virtù, ma l’avarizia è un pericolo per ciò che vogliamo mantenere e estendere – e cioè l’unità e la forza dell’Europa! Qui ogni centesimo è un centesimo investito bene – perché a conti fatti va a beneficio di tutti.

Signore e signori,

qual’è l’alternativa? Vogliamo veramente rassegnarci al fatto che le tecnologie del futuro come la guida autonoma o l’intelligenza artificiale in futuro saranno sviluppate solo nella Silicon Valley o nello Shenzen cinese? In tal caso vedo nero anche per il futuro della nostra industria in Germania. Quindi perché non mettere assieme i capitali di rischio europei, riducendo la burocrazia e promuovendo in tal modo le interconnessioni del settore delle start-up non solo a livello nazionale, ma soprattutto a quello europeo?

La Germania deve essere disposta a dare il suo contributo a tutte queste iniziative.

Nell’interesse di un’Europa unita, ma anche nel proprio interesse tedesco!

Signore e signori,

il secondo ambito politico che chiama in campo l’Europa è quello delle persone in fuga e della migrazione.

Nessun’altra tematica ha messo maggiormente alla prova la tenuta dell’Unione europea negli ultimi anni, nessun’altra comporta un maggiore potenziale di scissione. Per questa ragione dobbiamo compiere ogni sforzo affinché la migrazione non sprigioni i suoi effetti venefici per la tenuta dell’Unione europea.

A tal scopo, a mio parere, bisogna fare due cose:

  • Innanzitutto proprio noi tedeschi dovremmo smettere di condurre il dibattito sulla migrazione da una posizione di superiorità morale percepita, soprattutto nei confronti dei nostri partner dell’Europa centrale e orientale. I reciproci ammonimenti e l’alterigia morale ci conducono piuttosto verso divisioni più profonde!
  • Inoltre i paesi membri devono smettere di sfruttare il tema della migrazione per infervorare gli animi soprattutto contro l’Unione europea.

    Per me è del tutto inaccettabile sfruttare la questione della migrazione per distogliere l’attenzione dai propri demeriti politici, anche di politica interna!

Dobbiamo procedere speditamente in quei settori nei quali siamo già riusciti a metterci d’accordo. Dobbiamo combattere più efficacemente le cause dei fenomeni di fuga e migliorare la tutela delle frontiere esterne. Per troppo tempo su questi compiti abbiamo abbandonato a se stesse l’Italia e la Grecia.

Ed anche questo elemento mi sta molto a cuore: dobbiamo tenere aperte le frontiere interne dell’Europa.

Schengen è sinonimo della libertà dei cittadini europei. 1,7 milioni di persone si recano ogni giorno per lavoro in un altro paese dell’Unione. 16 milioni di cittadini dell’Unione europea vivono in un altro paese membro, lavorando, studiando o percependo una pensione. E per inimmaginabili 1,25 miliardi di volte l’anno noi europei attraversiamo un confine interno dell’area Schengen. Senza dogana, senza controllo del passaporto, senza barriera – e questo dovrà, anzi deve essere mantenuto!

Si, dobbiamo proteggere meglio i nostri confini esterni, ma non dobbiamo mai abbandonare la libertà raggiunta all’interno dell’Europa! Se lo facessimo avremmo a che fare con un’Europa ben diversa da quella che tanti sognano.

Alcuni stati, anche la Germania, hanno reintrodotto i “controlli temporanei alle frontiere”. Io dico in tutta chiarezza: da “temporanei” non devono diventare “permanenti”! A questo proposito non dobbiamo tornare indietro nella storia, e su questo punto non dobbiamo nemmeno arrecare danno all’Unione europea!

Signore e signori,

il terzo ambito politico nel quale l’Unione europea deve dimostrare una maggiore unità e forza è quello della politica estera.

“Noi tedeschi abbiamo presente l’impellente necessità di un’aggregazione sempre più stretta tra i popoli europei: perché i nostri popoli devono assumere una corresponsabilità per il mantenimento della pace mondiale, in modo più determinato che finora; perché solo l’abbinamento delle forze limitate dei singoli popoli gli consente di svolgere questo compito (…).”

Ho letto una citazione. Ma non dell’anno 2018, bensì da un discorso dell’allora ministro degli esteri Willy Brandt del 1967. La nostra analisi, così sembra, anche 50 anni dopo non pare cambiata.

Ma il mondo di oggi è diventato incomparabilmente più complesso di quanto lo fosse ai tempi della cortina di ferro.

Il comportamento del governo Trump in questo contesto pone l’Europa di fronte a sfide del tutto nuove:

  • La disdetta degli accordi di Parigi sul cambiamento climatico,
  • Il ritiro dall’accordo sul nucleare con l’Iran e la minaccia aperta di sanzioni contro gli alleati europei,
  • Il nuovo protezionismo.

    Tutto questo scuote la nostra certezza di lottare insieme agli Stati Uniti per il multilateralismo e per un mondo basato sulle regole. E questo sconvolgimento – non è il caso di farci troppe illusioni – purtroppo già ora è così grave da perdurare probabilmente oltre la presidenza di Trump.

    Gli USA ovviamente rimangono il nostro partner più stretto in materia di politica estera e di sicurezza al di fuori dell’Unione europea. Eppure: è ora di riaggiustare in modo nuovo anche l’alleanza transatlantica – non per lasciarcela alle spalle, ma per mantenerla in una situazione mondiale che è cambiata.

    Occorre un nuovo partenariato equilibrato con gli Stati Uniti d’America.

  • Concentrandoci sulla collaborazione laddove i valori e gli interessi di entrambe le parti sono equilibrati.
  • Facendo sentire il nostro peso laddove il nostro alleato si ritira.
  • E costituendo come europei un consapevole contrappeso laddove gli USA superano delle linee rosse.

Si, lo stiamo vivendo proprio in questi ultimi giorni e settimane: laddove il governo americano va all’attacco mettendo in discussione i nostri valori e i nostri interessi, noi in futuro dovremo assumere un atteggiamento più deciso.

Una prima prova di fatto per questo approccio sarà costituito dall’accordo sul nucleare con l’Iran. Come europei vogliamo difendere tale accordo, su questo ci troviamo uniti. Non per appoggiare Teheran, ma per impedire una corsa agli armamenti nucleari in Medio oriente con conseguenze devastanti anche per la nostra sicurezza qui da noi.

Tutto ciò potrà riuscire solo lavorando radicalmente fianco a fianco con la Francia. Con il presidente Macron la Francia trova la forza per mettere in atto importanti riforme e ha fatto delle proposte di ampio respiro per il futuro dell’Europa.

Per me la cosa è chiara: la risposta non può che essere un “Si!” pronunciato ad alta voce. Non occorre che fin dall’inizio della discussione si sia concordi su ogni dettaglio, ma proprio anche per l’insicurezza del rapporto transatlantico non vi deve essere ombra di dubbio che proprio ora lavoriamo di pari passo.

Non per dare lezioni agli altri stati membri sulla rotta da seguire, ma per fare coraggio portando avanti l’Europa con determinazione.

Se Berlino e Parigi trovano il coraggio per cooperare in maniera ancora più ampia sulle questioni economiche, finanziarie, energetiche e di sicurezza, altri ci seguiranno – questa la mia ferma convinzione! In tal caso ne nasce un nuovo dinamismo per l’Europa nel suo insieme e solo così potremo avvicinarci all’obiettivo di una maggiore autonomia strategica per l’Europa.

Egregi signore e signori,

Con gli Stati Uniti d’America siamo concordi per quanto riguarda i valori fondamentali della democrazia liberale. In altre parti del mondo, però, sta crescendo l’impatto dei regimi autoritari.

E nelle nostre vicinanze – in Siria, in Ucraina, in Medio Oriente – stanno imperversando i conflitti, che non riusciamo a condurre verso una soluzione perché non siamo riusciti e non riusciamo a far valere sufficientemente il peso dell’Europa.

L’Europa deve finalmente reagire a questa situazione. Non dando qualche aggiustamento qua e là negli apparati di Bruxelles, ma cambiando mentalità. Occorre più coraggio, una maggiore ambizione e una più decisa volontà costruttiva in politica estera! Potremmo anche dire: Dobbiamo finalmente assumere la “capacità di politica estera” nell’Unione europea.

Abbiamo bisogno di due cose a tal proposito:

  • Primo: la determinazione di formulare una politica estera comune, e
  • secondo: le capacità di attuare la politica estera europea.

Oggi come oggi siamo lontanissimi sia dall’una che dall’altra.

Un Consiglio europeo della sicurezza l’avevano proposto già nel 2016 l’attuale presidente della Repubblica federale Frank Walter Steinmeier e il suo collega francese di allora Jean-Marc Ayrault.

Un tale consiglio potrebbe stabilire in prospettiva dei principi guida per una politica estera e di sicurezza strategica e coerente dell’Unione europea. Sarebbe un presupposto per creare dei seggi europei in seno al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Fintanto che non abbiamo raggiunto quella meta, il consiglio potrebbe incontrarsi per esempio una volta l’anno con i 27 paesi membri dell’Unione europea come “Consiglio di sicurezza europeo”.

Perché: il mondo non aspetta che noi in Europa si abbia concluso il nostro dibattito sulle strutture.

Per arrivare ancora quest’anno ad una maggiore capacità di agire in politica estera vedo soprattutto una strada:

Dobbiamo farla finita con la maledizione dell’unanimità! Perché troppo spesso costringe alla politica del minimo denominatore comune. E costituisce un invito formale a potenze straniere a dividerci e a sfruttare le potenzialità di blocco di singoli stati membri.

Una proposta, quindi, sarebbe quella per cui il Consiglio europeo definisca quanto prima i primi settori in cui d’ora in poi si potrà decidere anche a maggioranza.

Chi sostiene che in questo modo andiamo a rinunciare alla sovranità, sbaglia – chi può credere, infatti, seriamente che un singolo stato europeo sia ormai capace di imporre i propri interessi nazionali in un qualsiasi conflitto di politica estera di significato globale? Che si tratti dell’Iran, dell’Ucraina o della Siria – la risposta a tali conflitti è sempre una sola ed è questa: l’Europa deve agire in modo unito, altrimenti non vi sarà nessuna soluzione!

L’attenzione principale della politica estera europea dev’essere orientata a creare stabilità nel nostro vicinato.

Ciò vale in particolare per gli stati dei Balcani occidentali.

Se l’Unione europea non riesce a compiere dei passi in avanti nel processo di adesione con questi paesi – ne stiamo discutendo, attualmente – ciò avrà delle conseguenze fatali. È da tempo che altre potenze stanno cercando di fare breccia: la Russia, la Cina, paesi del Medio e del Vicino Oriente; Stati quindi, che seguono concezioni completamente diverse di ordine e di stabilità rispetto a noi qui in Europa.

Ovviamente un’adesione presuppone l’adempimento di chiari criteri, e questo non è mai stato messo in dubbio.

Il tutto incentrato sulla democrazia liberale e su uno stato di diritto funzionante. Alcuni paesi hanno fatto parecchia strada su questo percorso – la ex repubblica jugoslava di Macedonia, per esempio, che in futuro si chiamerà Macedonia del Nord. Ma anche l’Albania, grazie a un’ambiziosa riforma della giustizia. Sono quindi espressamente favorevole ad un avvio condizionato di un negoziato di adesione con questi due paesi. Se a questi paesi togliamo la prospettiva di un’adesione, vorrà dire che tutte le riforme che hanno avviato si perderanno per strada.

Signore e signori,

Abbiamo bisogno anche di una “Nuova OstpolitikUna politica europea dell’est. Che di fronte al pericoloso silenzio tra Washington e Mosca sappia indicare delle vie nuove per cooperare anche con la Russia dapprima nell’interesse di tutti gli stati europei – non solo con quelli che si sono scelti i russi.

Essa dovrà formulare delle offerte anche a paesi del partenariato orientale come la Georgia o l’Ucraina che hanno un modo di pensare e spesso anche sentimenti europei come noi.

Dovrà tener conto degli interessi di tutti gli europei: quelli degli stati del Baltico e della Polonia quanto quelli degli stati occidentali.

E dovrà individuare un equilibrio tra gli interessi di sicurezza, la cooperazione economica e la collaborazione sulle questioni culturali o scientifiche. In questo modo potrà nascere un dinamismo nuovo e positivo anche nel rapporto interno verso gli stati membri orientali dell’Unione europea.

Occorre inoltre anche una politica comune dell’Unione europea per l’Africa che consideri l’Africa non solo un destinatario degli aiuti per lo sviluppo o un esportatore di crisi e di migranti. Nel corso del mio primo viaggio in Africa mi sono reso conto molto bene di questo: l’Africa non chiede solo gli aiuti per lo sviluppo, ma vuole un vero partenariato.

E abbiamo bisogno anche di una strategia comune per come affrontare le ambizioni di potere della Cina – anche per contrastare in modo unanime i tentativi mirati di dividere l’Unione europea.

Per questo gestiremo la nostra appartenenza al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite nel 1919/20 in piena consapevolezza come una appartenenza europea. Ovviamente la targa ufficiale riporterà “Germany”. Ma quando prenderemo la parola nel Consiglio di sicurezza, intenderemo essere sin dal 1° gennaio del 2019 il portavoce di tutti i paesi membri dell’Unione europea. E nelle votazioni ci faremo guidare più che in passato dalla politica europea che intendiamo sviluppare in sintonia con i nostri partner dell’Unione europea. Questa la nostra offerta!

Signore e signori,

oltre al coraggio per l‘unità, l’Unione europea ha bisogno anche degli strumenti giusti per poter attuare questa politica. Della nuova realtà transatlantica fa parte anche il fatto che dobbiamo assumere una maggiore responsabilità per la nostra sicurezza, non potendo più fare affidamento al fatto che questo sarà fatto per noi dall’altra parte dell’Atlantico. Abbiamo bisogno di una vera e propria Unione europea di sicurezza e di difesa.

Per quanto riguarda le strutture di difesa abbiamo già fatto dei grandi passi in avanti attraverso la Cooperazione strutturata permanente.

Ma anche in questo campo è indispensabile compiere qualche passo in più: Per questo motivo appoggio la proposta francese di un’Iniziativa Europea di Intervento – probabilmente sarebbe più appropriato chiamarla “Squadra europea di reazione alle crisi” – e questo in stretta sintonia con la nostra Cooperazione strutturata permanente. E anche alla Gran Bretagna dovremmo offrire, nonostante la Brexit, di parteciparvi.

Ma dobbiamo riconoscere anche un altro dato di fatto: la Germania dovrà colmare certe lacune di capacità delle proprie forze armate, se vogliamo percorrere questa strada.

Questo costa. Ma investire negli equipaggiamenti non significa affatto un riarmo.

Del resto non lo facciamo perché ce lo sta chiedendo il presidente Trump. Ma per dare un contributo alle strutture di sicurezza europee che fanno parte integrante di una politica estera dell’Unione europea mirante alla pace e alla sicurezza, e non ne costituiscono certamente un surrogato.

Come stabilito nell’Accordo di coalizione, ciò deve andare di pari passo con l’incremento delle spese per la diplomazia in tutte le sue forme – dalla prevenzione alle crisi alla comprensione tra le culture. Una difesa forte e una diplomazia forte – sono due facce della stessa medaglia, questo lo sappiamo almeno dai tempi della politica della distensione di Willy Brandt!

È evidente, in questo contesto, che la politica estera europea potrà sempre solo essere una politica di pace. Poiché: nessun conflitto a lungo andare può essere risolto sul piano militare.

Il cuore della politica estera e di sicurezza europea deve essere quindi sempre la gestione civile delle crisi. Nel 2017 siamo riusciti a sfondare nella Cooperazione strutturata permanente. Facciamo del 2018 l’anno in cui riusciamo a sfondare definitivamente anche sul lato civile – nella Politica civile di sicurezza e di difesa comune!

Nel Mali appoggiamo la costruzione dello Stato, in Somalia diamo una mano nella formazione delle forze di sicurezza, e in Iraq promuoviamo la stabilizzazione del diritto e dell’ordine.

Ma prima dobbiamo trovare, formare e sostenere gli esperti che ci servono per far fronte a questo impegno. Noi vogliamo che in futuro l’Unione europea sappia farlo da sola. E proponiamo che tutti gli stati membri dell’Unione si impegnino a inviare tali esperti – nell’ambito di un nuovo e civile “Corpo europeo di stabilizzazione”.

Signore e signori,

al ministero degli Esteri nelle settimane e nei mesi a venire renderemo ancora più concreto il lavoro su queste questioni centrali promuovendolo anche sul piano politico.

Il mio obiettivo sono piani di lavoro dettagliati per un partenariato equilibrato con gli Stati Uniti d’America, una nuova politica europea per l’est e la costruzione di un’Europa forte e sovrana.

Signore e signori,

provenendo dalla Saar, sono originario di una regione che nel secolo scorso è stata continuamente strattonata da una parte e dall’altra tra Francia e Germania. Mia nonna per tutta la sua vita ha abitato nello stesso paese, nella stessa strada e nella stessa casa. Eppure ha avuto in tutto quel periodo cinque passaporti diversi. Non perché si fosse spostata lei, ma perché si era spostato il mondo intorno a lei.

La mia generazione è stata risparmiata da tali sconvolgimenti. Sono cresciuto con una sensazione di pace, nello spirito della conciliazione e in un atmosfera di libertà. Faccio parte della “generazione Interrail”. A 17 anni in treno ho attraversato l’Europa in lungo e in largo.

Democrazia, stato di diritto, diritti umani – molte di quelle cose che per la mia generazione a suo tempo parevano scontate oggi si trovano di nuovo messe in discussione, e dobbiamo di nuovo imparare a non assistervi inerti.

Per questo “Pulse of Europe” costituisce una vicenda veramente straordinaria: ha fatto scendere nelle piazze decine di migliaia di persone. Non i cittadini arrabbiati e frustrati, ma finalmente gente fiduciosa con un messaggio positivo. Anche in Germania è possibile!

Questo entusiasmo per l’Europa non viene da sé. Per questo motivo dovremmo cercare di creare più occasioni e formati per l’incontro proprio tra i giovani. Una Giornata europea della gioventù, per esempio.

Una giornata di incontri di giovani di tutti i paesi membri, per festeggiare, discutere e vivere la comunanza e la varietà della cultura europea.

Oppure: perché non utilizziamo maggiormente la digitalizzazione per il dibattito in tutta l’Europa? Per esempio attraverso un “Cyber forum europeo” in cui ogni cittadino europeo possa scrivere nella sua lingua e un assistente linguistico digitale traduca il tutto in tempo reale?

L’Estonia ha già sviluppato uno strumento online di questo tipo, e sono certo che i nostri amici estoni saranno ben disposti a condividere con noi le loro esperienze.

Proprio quest’ultimo punto, un dibattito politico più intenso, mi sta particolarmente a cuore: l’Europa non è solo armonia e la fratellanza tra i popoli, l’Europa è anche politica e questo significa scontro di opinioni – democraticamente e al di là dei confini nazionali.

Per superare le polarizzazioni create dal nuovo nazionalismo occorre anche una nuova politicizzazione.

  • Quanti soldi vogliamo spendere per debellare la disoccupazione giovanile?
  • Fino a che punto è lecito limitare i diritti di libertà nella lotta al terrorismo?
  • Preferiamo risparmiare di più o investire di più?

Sono tutte questioni altamente politiche. Non è questione di posizioni tedesche, francesi o di qualche altra nazione. Si tratta della competizione tra idee politiche. Che altro c’è di più affascinante?

Tra un anno si voterà per il Parlamento europeo.

Non dobbiamo lasciare quel voto ai nazionalisti o ai populisti incapaci di ogni compromesso.

Siamo tenuti, perciò, a sfruttare le crisi in e le attese verso l’Europa per una politicizzazione costruttiva.

Laddove non c’è dibattito agli elettori manca l’orientamento.

Laddove gli elettori hanno l’impressione che la scheda elettorale non abbia più valore per un cambiamento democratico, i populisti trovano facilità – come abbiamo visto troppe volte in questi ultimi anni – a mettere in dubbio il sistema.

Ricordiamoci quindi di una vecchia virtù della democrazie: contendersi in modo leale! L’Europa ha bisogno della competizione tra le idee migliori.

Signore e signori,

è possibile essere fieri di una determinata nazionalità? Credo che ciascuno debba vedersela con se stesso. La storia dello Saarland ad ogni modo ha dimostrato che può dipendere anche dal caso, con che passaporto ci si nasce.

Io sono orgoglioso della libertà e della democrazia, della società aperta e tollerante, della convivenza pacifica e della coesione sociale nella nostra società. Non si tratta di ovvietà – tutto questo è stato conquistato e difeso dai cittadini di questo paese. È di questo che vado fiero!

Ma si tratta anche di conquiste europee che possono formare il nucleo di un “patriottismo europeo” cui i populisti e i nazionalisti hanno da contrapporre solo la demenza storica.

Questo patriottismo europeo ci dà il coraggio che ci serve per l’Europa del futuro:

  • Un’Europa unita all’interno e forte verso l’esterno;
  • Un’Europa in cui il benessere sia distribuito equamente;
  • Un’Europa che si adoperi per la pace e per compromessi leali tra gli stati;
  • Un’Europa che tuteli la libertà – all’interno e verso l’esterno contro i despoti stranieri.

    Europe United – con la situazione in cui versa il mondo in questo momento serve più che mai.

    Questa è la nostra opportunità, e l’Europa è la nostra speranza.

    Grazie!




Qui il link al discorso tedesco sul sito del Ministero Federale degli Affari Esteri:

https://www.auswaertiges-amt.de/de/newsroom/maas-europeunited/2106420

Torna a inizio pagina